Commonplace book

Ci fu un tempo in cui i lettori erano soliti raccogliere i passi più interessanti degli autori che leggevano in una specie di zibaldone detto commonplace book. Ogni volta che si imbattevano in una frase particolarmente succosa, la trascrivevano in un taccuino sotto l’intestazione appropriata, aggiungendovi osservazioni fatte nel corso della loro vita quotidiana. Lo avevano imparato da Erasmo; e se non avevano sottomano il suo popolare manuale, De copia, consultavano uno dei modelli pubblicati o chiedevano lumi a qualche insegnante che conoscevano. Questa abitudine, che si diffuse in tutta l’Inghilterra tanto fra i normali lettori quanto fra dotti famosi, come Francis Bacon, Ben Jonson, John Milton e John Locke, comportava un modo speciale di fare propria la parola stampata. A differenza dei lettori odierni, i quali seguono il flusso della narrazione dal principio alla fine (a meno che non siano «nati digitali» e inseguano su una macchina gli indizi ipertestuali), gli inglesi della prima età moderna leggevano a spizzichi e bocconi, saltando spesso da un libro all’altro. Scomponevano il testo in frammenti, che riassemblavano in nuove unità  trascrivendoli in sezioni diversi del loro taccuino. Poi rileggevano ciò che avevano copiato, riconfigurando il tutto man mano che aggiungevano nuovi brani. Lettura e scrittura erano dunque attività inseparabili, che rientravano nel tentativo di dare un senso al mondo. Un mondo che era pieno di segni: lo si poteva esplorare leggendo; e, conservando traccia delle proprie letture, ciascuno costruiva un proprio libro, che portava impressa la personalità del lettore-scrittore.

[Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi, 2011, pag. 181-182]

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