23/02/15

La crisi della modernità

Ma che  cos’è dopo tutto questo postmodernismo di cui molti ora parlano? È davvero cambiata così tanto la vita sociale a partire dai primi anni settanta da permetterci ragionevolmente di dire che viviamo in una cultura postmoderna, in un’era postmoderna? Oppure è semplicemente accaduto che le tendenze della cultura alta sono cambiate, come spesso accade, e sono cambiate pure le mode accademiche con effetti assolutamente marginali sulla vita quotidiana della gente comune? Il libro di Raban [Soft City N.d.R] ci dice che non si tratta semplicemente  dell’ultimo capriccio intellettuale importato da Parigi o dell’ultima piroetta del mercato dell’arte di New York. E non si tratta semplicemente del cambiamento di stile architettonico registrato da Jencks [The language of post-modern architecture N.d.R], anche se qui ci avviciniamo ad un campo che, con la costruzione di forme concrete, può portare le elaborazioni culturali più alte nei pressi della vita quotidiana. Ci sono stati effettivamente dei grossi cambiamenti nella qualità della vita urbana a partire, pressappoco, dal 1970. Se questi cambiamenti meritino la definizione di «postmoderno», è un’altra questione. La risposta dipende direttamente, come è ovvio, da ciò che intendiamo con quel termine. E qui ci troviamo davvero alle prese con gli ultimi capricci intellettuali importati da Parigi e con le ultime piroette del mercato dell’arte di New York, perché è da quei fermenti che è emerso il concetto di «postmoderno».
Non c’è accordo sul significato del termine, se non, forse, per quanto riguarda il fatto che il «postmodernismo» rappresenta una sorta di reazione o di allontanamento al modernismo. Poiché il significato di modernismo è molto confuso, la reazione o l’allontanamento indicati con la parola «postmodernismo» lo sono doppiamente. Il critico letterario Terry Eagleton  cerca di definire il termine così:
C’è, forse, un certo consenso sul fatto che il tipico prodotto postmodernista è giocoso, autoironico e addirittura schizoide; e reagisce all’austera autonomia dell’alto modernismo abbracciando spudoratamente la lingua del commercio e dei beni di scambio. La sua posizione nei confronti della tradizione culturale, è una sorta di pastiche irriverente, e la sua deliberata superficialità incrina tutte le solennità metafisiche, a volte con una brutale estetica dello squallore e dello shock.
Io sono più positivo, i responsabili della rivista di architettura «PRECIS 6» considerano il postmodernismo una reazione legittima alla «monotonia» della visione del mondo propria del modernismo universale. «Visto generalmente come positivistico, tecnocentrico e razionalistico, il modernismo universale è stato identificato con la fede nel progresso lineare, nelle verità assolute, nella pianificazione razionale di ordini sociali ideali e nella standardizzazione della conoscenza e della produzione.» Il postmodernismo, al contrario, predilige «l'eterogeneità e la differenza quali forze liberatrici nella ridefinizione del discorso culturale». La frammentazione, l'indeterminatezza, e la profonda sfiducia in tutti i linguaggi universali o «totalizzanti» (per usare l'espressione preferita) sono il contrassegno del pensiero postmodernista.

[David Harvey, La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 2010, pag. 20-21]

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