Leggere e/o vivere

[...] Leggere significa instaurare un dialogo con l’opera, perché il lettore è textum egli stesso, che misura e confronta l’ordito testuale con la trama del proprio discorso. Borges, additato da John Barth come il padre putativo del postmoderno e dell’estetica della ricezione, illustrò perfettamente il concetto dell’interazione tra il mondo del testo e l’esperienza del lettore in diversi saggi e racconti; primo fra tutti il celebre Pierre Menard, autore del Chisciotte. L’esempio dell’arancia, che l’argentino prese in prestito da una spiegazione del padre circa la natura della filosofia di Berkeley (l’ esse est percipi), è molto chiaro in questo senso. In sintesi, Borges affermava che il gusto dell’agrume non sta nel frutto e neppure nel palato di chi lo assaggia, ma nel loro incontro. Preso isolatamente, un libro è un oggetto inerte, un volume che occupa dello spazio. Vive e si anima unicamente entro l’orizzonte d’attesa del pubblico.
Più o meno questo sostiene Lavagetto nel suo breve e densissimo saggio intitolato Eutanasia della critica. Mettendo in guardia dai facili entusiasmi di coloro che hanno salutato come una svolta epocale gli straordinari dati di vendita delle promozioni librarie allegate ai quotidiani, l’autore ha spiegato che quella massa di testi entrati nelle case degli italiani è prima di tutto un fenomeno commerciale. Affinché diventi anche un fenomeno culturale, quei classici devono essere letti; in caso contrario rimarranno dei complementi d’arredo, dei “certificati di buona condotta”.
L’impressione personale è che i motivi di questa scarsa propensione alla lettura siano profondi e radicati. Pur essendo avido di blasoni culturali, il lettore occasionale in genere preferisce optare per la fruizione di espressioni artistiche meno impegnative in termini di tempo, ma socialmente reputate altrettanto nobili. Visitare una mostra o un museo lo si può fare pure in un’ora, vedere uno spettacolo a teatro o un film al cinema in due. Leggere abitualmente, invece, implica lo stravolgimento delle proprie abitudini di vita, perché è un’attività che abbisogna di molto più tempo e attenzioni, sottraendoli necessariamente a qualcos’altro. Non è un caso che la lettura, per il grande pubblico, si eserciti soprattutto quando non si può fare altro: durante i viaggi in treno o mentre si prende il sole in spiaggia. Eccettuati questi “tempi morti”, la regola è quella che Busi denunciò a suo tempo, quando ironizzò sul fatto che in questo paese “si leggono quadri, edifici, stoffe, spettacoli musicali, pugilato, segni. Tutto tranne i libri.”
Ma c’è di più; e ancora una volta è Borges a chiarirci di cosa si tratta. In diverse occasioni, l’argentino ebbe a dichiarare di sentirsi essenzialmente un lettore. Per esempio nell’incipit della poesia Un lettore, inclusa in Elogio dell’ombra, dove dice: “Menino vanto altri delle pagine che hanno scritto; il mio orgoglio sta in quelle che ho letto”. Forse, questo dipendeva dal fatto che il parto della scrittura, come testimoniano i suoi manoscritti pieni di correzioni, cioè non esenti da quello che viene chiamato “il tormento dello stile”, fu per lui appagante ma non indolore. Stando a quanto riferisce Estela Canto – la donna che lo scrittore amò senza esserne corrisposto all’epoca della stesura de L’Aleph – nel suo libro di memorie Borges in controluce, lui non conobbe altra felicità che quella della lettura, ma essa fu sentita come un surrogato della felicità che la vita gli aveva negato.
Uno dei temi che carsicamente riaffiora in più punti dell’opera dell’argentino, e su cui la critica si è soffermata maggiormente, è proprio quello dell’opposizione arte-vita, il rimpianto per non aver avuto una vita più piena, ricca di esperienze ed avventure non solo intellettuali. [...]
Ma è nel racconto Il Sud, per molti critici il suo scritto più autobiografico, che questa dicotomia esplode in tutte le sue contraddizioni e si configura come una vera e propria lacerazione psichica. Juan Dahlmann, il protagonista ed alter ego dell’autore, era anch’egli un anonimo bibliotecario di Buenos Aires, oltre che nipote di un valoroso soldato. Come capitò a Borges nel 1938, anche Dahlmann incorse in un grave incidente a causa di una “distrazione letteraria”, cioè venendo colpito alla fronte dallo spigolo di un battente, mentre saliva in fretta le scale di casa per poter leggere quanto prima un esemplare prezioso de Le Mille e una notte appena acquistato. Operato d’urgenza poiché in pericolo di vita per una setticemia, Dahlmann guarì e decise di partire verso il sud, dove trascorse la convalescenza in una fattoria lontano dalla capitale. Durante il viaggio in treno aprì la valigia ed estrasse la copia de Le Mille e una notte, il libro per il quale aveva rischiato di morire, ma “per la verità Dahlmann lesse poco; la montagna di pietra magnetica e il genio che ha giurato di uccidere il suo benefattore erano, nessuno lo nega, meravigliosi, ma non molto più del mattino e del fatto di esistere. La felicità lo distraeva da Shahrazad e dai suoi miracoli superflui; Dahlmann chiuse il libro e si lasciò semplicemente vivere”.
Ecco, questo è il punto: pur essendo in treno, cioè in una di quelle situazioni in cui a chiunque viene naturale leggere, Dahlmann chiude il libro e si lascia semplicemente vivere, preferendo contemplare il paesaggio e i propri pensieri piuttosto che leggere; quasi che vita e letteratura fossero due termini antinomici. La felicità gli impedisce di leggere perché “chi è felice non legge”, come sentenzia Houellebecq in un’intervista recente. La morte epica in duello, a cui andrà incontro nel finale del racconto, pur se sognata, verrà vissuta come una redenzione dai libri, un riscatto da un’esistenza meramente speculativa. La felicità sta quindi primariamente nel vivere e, solo succedaneamente, nella passione per quelle sinopie della vita che sono i libri.
Vien da pensare, insomma, che al di là della cronica scarsità di tempo libero a disposizione, e della fatica e dell’impegno che la passione per la letteratura comporta, il vero ostacolo a una maggior diffusione dell’abitudine alla lettura consista appunto in questo: nel sentirla come qualcosa di non vitale, di non aderente alla vita di tutti i giorni. E allora, fra le tante proposte paradossali o provocatorie che sono state avanzate di recente da alcuni critici per rivitalizzare l’esangue passione della lettura – tipo l’invito a trattarla come un tabù o a proibirla, perché in fondo di vizio impunito si tratta -, io continuo a preferire l’idea di Manganelli, contenuta in un suo scritto del 1952, la cui scoperta è merito della paziente opera di scavo condotta da Cortellessa negli archivi del Fondo Manoscritti di Pavia. In questo brano, il giovane tapiro scriveva: “Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla di figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale, come il morire, è un fatto, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, com’è di tutto ciò che appartiene ai visceri; se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene, o anche necessario ed onesto, liberarsi totalmente”.

[Sergio Garufi, Borges, o della lettura, in Nazione Indianawww.nazioneindiana.com (27 febbraio 2018)]

Nessun commento:

Posta un commento