I lettori di libri sono sempre più falsi

"Tutto ciò che si scrive è già polvere nel momento stesso in cui viene scritto, ed è giusto che vada a disperdersi con le altre ceneri e polveri del mondo. Scrivere è un modo di consumare il tempo, rendendogli l'omaggio che gli è dovuto: lui dà e toglie, e quello che dà è solo quello che toglie, così la sua somma è sempre lo zero, l'insostanziale. Noi chiediamo di poter celebrare questo insostanziale, e il vuoto, l'ombra, l'erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo".

[Gianni Celati, I lettori di libri sono sempre più falsi, Feltrinelli ebook, 2012]

La letteratura in pericolo

Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell'adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio. Non credo di essere l'unico a pensarla così.
Più densa, più eloquente della vita quotidiana ma non radicalmente diversa, la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola a immaginare altri modi di concepirlo e di organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all'infinito questa possibilità d'interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Ci procura sensazioni insostituibili, tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello. Al di là dall'essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura promette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano.

[Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, Garzanti, 2008, pag. 16-17]


Commonplace book

Ci fu un tempo in cui i lettori erano soliti raccogliere i passi più interessanti degli autori che leggevano in una specie di zibaldone detto commonplace book. Ogni volta che si imbattevano in una frase particolarmente succosa, la trascrivevano in un taccuino sotto l’intestazione appropriata, aggiungendovi osservazioni fatte nel corso della loro vita quotidiana. Lo avevano imparato da Erasmo; e se non avevano sottomano il suo popolare manuale, De copia, consultavano uno dei modelli pubblicati o chiedevano lumi a qualche insegnante che conoscevano. Questa abitudine, che si diffuse in tutta l’Inghilterra tanto fra i normali lettori quanto fra dotti famosi, come Francis Bacon, Ben Jonson, John Milton e John Locke, comportava un modo speciale di fare propria la parola stampata. A differenza dei lettori odierni, i quali seguono il flusso della narrazione dal principio alla fine (a meno che non siano «nati digitali» e inseguano su una macchina gli indizi ipertestuali), gli inglesi della prima età moderna leggevano a spizzichi e bocconi, saltando spesso da un libro all’altro. Scomponevano il testo in frammenti, che riassemblavano in nuove unità  trascrivendoli in sezioni diversi del loro taccuino. Poi rileggevano ciò che avevano copiato, riconfigurando il tutto man mano che aggiungevano nuovi brani. Lettura e scrittura erano dunque attività inseparabili, che rientravano nel tentativo di dare un senso al mondo. Un mondo che era pieno di segni: lo si poteva esplorare leggendo; e, conservando traccia delle proprie letture, ciascuno costruiva un proprio libro, che portava impressa la personalità del lettore-scrittore.

[Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi, 2011, pag. 181-182]